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X-FILES: I Want to Believe.
Comprensione o giudizio?
di
Massimo Fontana
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Vorrei riflettere un po’ sul secondo film della serie X-Files, che ho potuto vedere grazie all’anteprima del 13 agosto 2008. Chiarisco però un aspetto: ciò che scriverò avrà ha che fare anche con il fenomeno X-Files in generale e non credo che tutto questo possa essere definito “recensione”.
Sarà qualcosa di un po’ più complesso.
Innanzitutto I Want to Belive è un X-Files diverso dagli altri, ma necessario. Apparentemente non dovrebbe alludere alla mitologia, ma non si tratta neanche di un vero stand alone: perché vi sono molti riferimenti al passato, soprattutto alla storia personale di/tra Mulder e Scully, che mettono in ombra la vicenda del rapimento di donne e della manipolazione.
La mitologia di X-Files è certamente costruita sulle vicende legate all’invasione aliena ma, pensiamo soprattutto alla questione del figlio alieno (?) di Scully, al rapimento della sorella di Mulder, si è sempre intrecciata indissolubilmente con le questioni esistenziali più importanti dei due protagonisti e sarebbe un errore concepirla solo come vicenda legata agli alieni.
La mia considerazione è dunque questa: siamo di fronte ad un episodio in gran parte mitologico, anche se privo di vicende aliene.
Com’era facile prevedere, l’assenza di cospirazioni legate alla questione degli alieni, ma anche di cospirazioni governative in generale, può lasciare spiazzato persino chi già conosce X-Files. Una diretta conseguenza di questa direzione mitologica ed esistenziale del film è quello strano senso di vuoto che si avverte in tutta la vicenda. Un vuoto che fa sentire il suo peso e che rappresenta uno spazio simbolico che sta lì sospeso, aperto a possibili sviluppi futuri. Questa particolare atmosfera di sospensione è la cifra stilistica che rende I Want to Belive affascinante ed unico nel suo genere.
Il film non è spaventoso come si era detto, ma piuttosto psicologico ed introspettivo.
Per questo non sono d’accordo con chi dice che tutti possono vedere questo film, anzi; paradossalmente ritengo che Fight the future fosse più accessibile, in quanto le cose che accadevano erano del tutto esplicite, mentre in I Want to Belive acquista importanza il non detto tra Scully e Mulder, un’espressione, un allusione. Roba per cultori di X-Files.
Per lo stesso motivo, la trama si collega magistralmente con l’ultima puntata della serie. Anzi, nonostante qualcuno abbia criticato proprio questo, ritengo che il punto forte di questo I Want to Belive consista nello sviluppo molto credibile delle vicende personali e professionali di Scully e Mulder.
Per come la vedo io risulta chiaro come questo film sia indirizzato a chi ama e conosce molto bene X-Files.
Chi desidera avere un primo approccio alla serie deve piuttosto vedere Fight the future o acquistare il DVD degli episodi definiti essenziali uscito quest’estate.
Uno stand alone ridotto a pretesto insomma, all’interno di una mitologia inusuale e significativa.
La trama ufficiale (la storia dei rapimenti e degli esperimenti su quelle donne) potrebbe dare vita ad una puntata qualsiasi di X-Files che, presa per sé ed isolata dal resto, occuperebbe giusto lo spazio temporale di un ottimo episodio della serie.
La stessa presenza del direttore Skinner, che pare cadere da non so dove all’improvviso, in una puntata ristretta alla trama stand alone di questo X-Files, risulterebbe più credibile (così com’è, invece, risulta un po’ surreale…).
Una menzione meritano tutti gli attori, ma in particolare Gillian Anderson e David Duchovny, che per la qualità delle loro interpretazioni hanno superato se stessi per come li ricordavo negli ultimi episodi della serie.
I Want to Belive è il cristallo di ghiaccio che permette a Carter e Spotniz di conservare la testimonianza di Scully e Mulder e questa testimonianza non poteva che consistere in un “fare il punto della situazione” sulle biografie dei personaggi principali. Bisogna ricordare che sono passati sei anni dall’ultima puntata della serie, non sono pochi. L’esigenza di ricordare a che punto eravamo e di comprendere a che punto siamo è molto reale.
I temi etici, come sempre, entrano in X-Files, ma questa volta assumono toni più claustrofobici e paralizzanti. Gli aspetti legati ai dilemmi etici in campo scientifico sono cresciuti, così come accade nella vita reale, e per Carter e Spotniz hanno sostituito l’interesse per il paranormale. Anche questa è una novità non da poco, anche se fosse circoscritta solo a questo episodio.
Insomma… anche alcuni dei fans troveranno poco comprensibile questo film, rimarranno con la sensazione che ci si sia trovati di fronte ad una sorta di X-Files in avanzato stato di ibernazione; e non è del tutto sbagliato pensarlo: perché I Want to Belive va contemplato a prescindere dalla trama ufficiale, dai colpi di scena, dalle trovate in fase di regia. Non a caso, neanche le proverbiali (e sempre divertenti) battute di Mulder riescono a rompere davvero il ghiaccio.
Interessanti, in questo senso, le considerazioni fatte in questo stesso sito da Daniela Catelli: “Il film ad ogni modo è triste e cupo nei temi e nell’aspetto. Manca un po’ dell’ironia dispensata da Mulder nella serie e i personaggi sono esseri umani in crisi in un mondo impazzito”.
Innanzitutto un mio rilievo, anche tecnico. In I Want to Belive non viene a mancare l’ironia di Mulder: le sue battute ci sono, come ho ricordato appena sopra.
Piuttosto, il cambiamento radicale è già avvenuto nella vita di Scully, nel corso dei sei anni che separano questo film dall’ultima puntata di X-Files. Perché se Mulder si è chiuso in se stesso e nella sua stanza, con tanto di poster riciclati dal vecchio ufficio all’FBI, Scully ha totalmente rimosso il suo passato ed ha tentato di cambiare vita.
Non a caso, in un intenso momento di I Want to Belive, Mulder ricorda a Scully che indagare in casi di quel tipo è la sua vita, quello che sapeva, sa e vuole continuare a fare. Scully invece teme di finire nuovamente nelle “tenebre”.
Insomma, a mancare non è l’ironia di Mulder, ma quella di Scully. Ed è evidente che Scully non ha nessuna voglia di scherzare e che versa in una crisi esistenziale difficile da risolvere.
Giova ricordare anche come i migliori apprezzamenti, tra gli attori di questo film, siano andati proprio a Gillian Anderson. Quasi a confermare, a questo punto direi inconsciamente, la verosimiglianza di questa ultima vicenda diretta da Carter e Spotniz.
Ma poi, soprattutto, dal punto di vista di alcuni critici il film pecca di ritmo e soluzioni ad effetto che lo facciano vivere di per sé, aldilà del glorioso passato che si ritrova.
Io vorrei comprendere X-Files come fenomeno di questi ultimi quindici anni, non solo come film. Perché se X-Files fosse solo questo film, non vi sarebbero centinaia di siti in tutto il mondo che se ne occupano. Non a caso, tra l’altro, quotidiani come The Guardian ("Show faith. Ignore the critics, and go and see The X-Files."), paiono cogliere la particolarità di I Want to Belive, tenendo conto dell’intera storia di X-Files.
È il mio modo per dire che le critiche di Daniela Catelli, e non solo, prendono questo pezzo di X-Files e lo scrutano al microscopio, alla ricerca della reale ragion d’essere di questa pellicola, aldilà della storia molto complessa che tutti, in un secondo momento, riconoscono alla serie in generale (la stessa Catelli dice di preferire gli stand alone ad operazioni come quest’ultima di Carter e Spotniz. E bisogna anche dire che gli stessi autori hanno parlato con disinvoltura di stand alone).
Ecco il punto: per quanto assurdo possa sembrare, e per quanto il critico debba fare il suo lavoro pensando ad un pubblico il più vasto possibile, ritengo che non sia possibile mettere I Want to Belive sotto la lente del microscopio, isolandolo da tutto il resto, dalla storia di X-Files.
Questa pellicola assomiglia molto di più ad una testimonianza che ci permette di guardare al futuro, ad un atto d’amore verso i fans.
Lasciate perdere il fatto che questa testimonianza si sia concretizzata in un film per il grande schermo e che quindi dovesse rispondere ai requisiti minimi utili a garantire un incasso decente (che comunque, anche se con un po’ di fatica, sta facendo). Si tratta di un pretesto per “non mollare”: don’t give up. È un pezzo di vita di Scully e Mulder da vedere e comprendere, per chi ama X-Files, da cogliere o rifiutare soprattutto in funzione di un possibile ritorno.
Per quanto mi riguarda, se tutto finisse qui sarei grato lo stesso per ciò che ci hanno dato Carter e Spotnitz in questi anni, ma credo che la funzione di I Want to Belive sia quella di trasportare i personaggi di Scully e Mulder nel futuro. Questo X-Files ha senso prevalentemente in questa direzione, che lo volessero o meno i suoi autori.
Del resto, come diceva Hannah Arendt, sono persuaso che le opere d’arte, come le nostre azioni più interessanti, una volta in atto (ma forse anche in fase di concepimento) vivano di vita propria e rappresentino quindi pensieri, concetti, sentimenti che neanche gli autori potevano minimamente prevedere inizialmente.
Chissà per quale motivo, ma ho la precisa impressione che questo valga a maggior ragione per questo ritorno di Scully e Mulder.
Io credo che anche una recensione tradizionale o un paragone abbiano poco senso. I Want to Belive sarà da considerarsi una manifestazione indispensabile di X-Files se saprà esserne testimonianza per il futuro.
Gli esercizi di imparzialità critica sono per chi può permettersi di giudicare da fuori l’intera vicenda di X-Files; ma chi si pone nelle condizioni di mettere a fuoco dall’esterno la consistenza di I Want to Belive, non è già più in grado di esserne parte e, per questo, di comprenderlo.
Lo stesso motto don’t give up acquisisce forza proprio per il contesto in cui è pronunciato e per il quale Scully e Mulder appaiono come intrappolati tra i ghiacci, ma vivi e in attesa di un nuovo inizio.
La buona notizia è che Scully e Mulder ci sono ancora ed è l’unica cosa che interessa davvero a chi ama questa serie. Se vi pare poco… fate finta di non aver letto nulla di quello che ho scritto sino a qui.
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